La lezione (non solo calcistica) di Daniele Conti 

Vedo da facebook un bellissimo spettacolo al Sant’Elia. Qui a Dublino c’è un’ora di fuso orario in anticipo. Il sole tramonta sui palazzi di O’connell street facendo luccicare le grandi vetrate. I profumi dei ristoranti e dei pub prendono il sopravvento.
Ho seguito poco il Cagliari negli anni di Conti, per tante ragioni. Quindi, onestamente non salgo sul carro, non lo faccio quando non c’entro, non mi accodo come tanti e non ne ho diritto rispetto. 

Ma sono stupito, stupito davvero davvero: riuscire a colpire il cuore della gente in questo modo significa tanto e va oltre ogni previsione. 

E’ una piccola lezione non solo calcistica. Se ci pensi puoi applicarla ovunque.

Significa che (in campo e fuori) non conta essere top player, fare tutti i gol o le giocate migliori, inanellare prestazioni perfette e compitini. Non basta. 

Conti non è un Ibra o Pogba o Ronaldo, un fuoriclasse, ma proprio per questo è amato. Forse rappresenta più di altri il sardo con tutte le sue contraddizioni e limiti ma anche il suo attaccamento alla terra. 

La gente non ama i meccanismi perfetti, i superuomini incapaci di provare emozioni e sbagliare, ma le persone normali capaci di fare piccole grandi cose. Esseri umani erranti e veri. 

Lasciare un segno è la cosa migliore che un giocatore (e un uomo) possa fare. Ti fa entrare nella storia. Più di ogni pallone d’oro, più di ogni classifica marcatori.

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